ROMANCE DOLL - RECENSIONE: L'AMORE IN UNA FABBRICA DI SEX DOLLS - FEFF 2020

In una fabbrica di bambole dell'amore la regista giapponese Yuki Tanada confeziona in un elegante 16 mm Romance Doll, un film sull'importanza dell'onestà in una relazione e sul significato della parola oggettificazione.

Tetsuo, un disoccupato che ha appena terminato i suoi studi d'arte, trova lavoro come scultore di sex dolls. In un primo momento è restio ma pian piano inizia a trovarsi a suo agio, complice anche la simpatia dei suoi colleghi. 

 

Il mercato del sesso però è saturo e le leggi restrittive giapponesi non contribuiscono certo al successo economico dell'impresa.

 

 

È necessaria una ricerca sui materiali e soprattutto un miglioramento del design delle bambole affinché sembrino più realistiche. 

Tetsuo e colleghi si fingono una fabbrica di protesi a scopo medico per assumere modelle arte. 

 

Viene così introdotta Sonoko, la seconda protagonista di Romance Doll. 

Tetsuo e Sonoko intraprendono una relazione basata su questa bugia.

Solo quando verrà svelata il loro rapporto diventerà sincero. 

 

Romance Doll ripercorre dieci anni di vita dei protagonisti: il matrimonio, la convivenza, i problemi, l'incomunicabilità, il ricongiungimento e, alla fine, la tragedia della malattia. 

 

Per più della metà del film Sonoko è solo un'altra bambola: è bella, è pura, cucina benissimo, rispetta il marito.

La donna angelicata però è chiusa nella sua gabbia d'oro mentre Tetsuo nella sua fabbrica di silicone; svuotata da ogni personalità e da ogni ambizione Sonoko è la vera bambola dell'amore, a uso e consumo di una società chiusa e ipocrita che si scandalizza per dei pezzi di plastica ma continua a perpetrare stereotipi oggettificanti. 

 

Quando si apriranno reciprocamente il miglioramento del loro rapporto si paleserà anche attraverso il sesso.

Sonoko, rivendicando il suo desiderio sessuale, riesce ad affermare anche la sua identità.

 

Chi conosce la cinematografia giapponese contemporanea, ma in generale quella dell'Estremo Oriente, sa quanto il tema della repressione femminile sia molto sentito: Guilty of Romance di Sion Sono, Audition di Takashi Miike e Air Doll - con cui tra l'altro il film sembra avere molte similitudini- di Hirokazu Kore'eda sono solo tre dei titoli più rappresentativi, per esempio.

Al film di Yuki Tanada però mancano sia la potenza espressiva di Sion Sono e Takashi Miike sia la vena crudelmente malinconica di Hirokazu Kore'eda.

 

Manca l'equilibrio tra elementi drammatici e comici: i primi a volte melodrammatici, i secondi a volte imbarazzanti, complice anche un uso inutile del voice over; d'altra parte nel complesso è un film davvero piacevole, capace di inquadrare storie di vita quotidiana in una cornice originale, senza cadere in qualche cliché.

 

Romance Doll infatti non inciampa in artifici retorici o in spiegoni inopportuni, porta in scena un tema scottante senza voler scalciare e urlare per forza il suo significato a discapito dell'intento artistico. 

 

Da questo punto di vista Yuki Tanada avrebbe da insegnare molto a un certo tipo di cinema hollywoodiano moderno, in cui la volontà di rendere chiari i messaggi di protesta finisce per inficiare la qualità complessiva del prodotto finale.